LESS IS MORE è ormai considerato la panacea universalmente applicabile. Quasi un mantra. Ma nonostante questa indiscussa consacrazione io trovo che non sia sempre vero, penso che sintesi e minimalismo non siano sempre valori.
Sono indubbiamente moltissime le situazioni e attività nelle quali riportare tutto all’essenziale garantisce vantaggi indiscutibili. Innanzi tutto l’eliminazione delle inefficienze.
Ma nei rapporti interpersonali è, a mio avviso, troppo spesso controproducente. In particolare nelle organizzazioni in evoluzione, dove può portare a pericolosi fraintendimenti. O forse sarebbe meglio dire che, nascondendosi dietro l’applicazione di questa teoria, si adottano spesso comportamenti magari più facili ma terribilmente errati.
Un po’ di storia
Tutto nasce con l’architetto tedesco Ludwig Mies Van Der Rohe. Padre del modernismo architettonico.
È infatti attribuibile a lui la paternità di questa locuzione e ne è uno dei migliori portabandiera.
Tra le sue opere troviamo edifici memorabili e ancora oggi modernissimi come “Il Padiglione Tedesco” realizzato per l’Esposizione Internazionale del 1929 a Barcellona. Villa Tugendhat, icona del modernismo costruita per un privato a Brno.
La Crown Hall di Chicago, considerata il capolavoro di Van Der Rohe e il più importante esempio architettonico del movimento modernista del XX secolo. Casa Farnsworth, struttura “one room” che nasce come luogo di relax, per la proprietaria, nel fine settimana.
Tutti splendidi esempi di quanto eliminare fregi, sfarzo e complessità dagli edifici, preferendo essenzialità e perfezione, abbia effettivamente generato prodotti di rara bellezza; funzionali ed elegantissimi.
L’uscita dall’ambito architettonico: il Lean Thinking
Negli ultimi decenni la diffusione della “filosofia” organizzativa Lean Thinking ha ulteriormente rafforzato la credibilità di Less is more. Ed infatti anche per aziende e studi eliminare gli “sprechi” e ricercare l’essenzialità porta enormi benefici, organizzativi ed economici.
Con il tempo la Lean Organization si è espansa dal mondo aziendale verso quello professionale con la teorizzazione del Lean Office.
L’ingresso in una nuova disciplina: la comunicazione web.
L’esplosione di internet e del WorldWideWeb, e ancora di più il consecutivo avvento del web marketing, hanno accreditato il Less is more nella comunicazione sia scritta che multimediale.
Il razionale alla base di questa scelta è: come in un fast food sono inutili apparecchiate con tovagliati, stoviglie, bicchieri e posate di pregio, allo stesso modo (a causa dell’approccio “fast read” degli internauti) sono superflue le costruzioni verbali non strettamente necessarie. Niente belle frasi, linguaggio aulico, capacità narrative: andare dritti al punto. Essenzialità e sintesi.
La cosa è forse anche un po’ sfuggita di mano a ben vedere. Oggi nella comunicazione multimediale il must è aver già lanciato il messaggio entro i primi 7/8 secondi.
Il ‘fraintendimento’.
A mio avviso oggi si sta però abusando di questa locuzione, soprattutto nella comunicazione interna di aziende e studi.
O meglio, la si sta usando come copertura per evitare la fatica di comunicare con attenzione verso l’interno, in particolare nelle fasi di trasformazione, molto diffuse in questi anni.
Un esempio significativo è rappresentato dai cambiamenti in corso nelle aziende e negli studi professionali che si avviano a creare nuovi paradigmi organizzativi digitali (vd. Trasformazione Digitale, Industria 4.0 etc.).
La Digital Transformation e le novità normative sul Lavoro Agile offrono ad aziende e studi la grande opportunità di risparmiare grandi somme di denaro migliorando efficienza e produttività ma anche alienando parte consistente delle infrastrutture immobili. E dei relativi costi.
Meno sedi, meno uffici, meno scrivanie. Quindi meno spese di locazione, climatizzazione, pulizia, illuminazione, ecc.
Dunque più che mai Less is more, cioè: meno costi è maggior guadagno.
E questo va sicuramente bene perché rende l’organizzazione più competitiva e solida.
Ma l’intera organizzazione deve essere coinvolta e informata sulla trasformazione e, ancora di più, sull’obiettivo finale. Purtroppo, al contrario della comunicazione esterna, spesso oggetto di investimenti e progetti, la comunicazione interna viene spesso considerata alla stregua di un male necessario.
Tre semplici regole per dare efficacia ad un progetto.
Quando si pone in atto una trasformazione organizzativa è importante rispettare tre regole:
- Pianificare e progettare con cura i percorsi
- Coinvolgere le persone e condividere gli obiettivi
- Formare le giuste competenze
La prima credo sia talmente evidente e logica da risultare a tutti condivisibile. Significa che non si può improvvisare, che occorre (come già affermava Seneca) conoscere con certezza l’obiettivo finale per poter tracciare il percorso migliore.
Altrettanto ovvia è la terza. Se pongo in essere un cambiamento è molto probabile che avrò bisogno di conoscenze e competenza che oggi ignoro o non padroneggio pienamente. Quindi è ineluttabile uno sforzo formativo per colmare le lacune presenti.
Fondamentale è però la seconda ed è qui che spesso il LESS IS MORE viene applicato (interpretato?) in modo errato!
In una fase di radicale modificazione organizzativa non è possibile prescindere da una informazione piena, tempestiva e puntuale – anche correndo il rischio che diventi ridondante – verso le persone che ne saranno coinvolte.
Informazione piena, a 360°, per togliere ogni dubbio, ognuno di quei timori che inevitabilmente accompagnano i cambiamenti.
Niente essenzialità, niente “dritti al punto”. Meglio l’empatia!
Troppo alto è infatti il rischio di scavare un profondo solco di incomprensione tra l’organizzazione e le persone che la compongono. E in questi casi chi ci rimette è l’organizzazione.
È un attimo perdere le figure più preparate e competenti, quelle sulle quali probabilmente più si puntava. E spesso senza comprendere il motivo di tanta ingratitudine.
Nuove organizzazioni, nuovi skills. Soprattutto soft skills.
Quindi i primi destinatari della formazione di cui al punto tre sono i dirigenti (ad iniziare dalle HR) che devono imparare a comunicare in modo coerente alle nuove necessità di informazione dei collaboratori.
Un interessante articolo è “Le quattro intelligenze relazionali: un must per le aziende” a firma Maria Cristina Origlia pubblicato su Alley Oop de IlSole24Ore nell’aprile 2017. L’autrice parla appunto dell’intelligenza relazionale e delle sue 4 componenti: emotiva, sociale, percettiva e collettiva.
L’Intelligenza relazionale fino ad ora è stata molto raramente ricercata e sviluppata come soft skill ma il moderno manager (la stessa cosa vale per il Dominus negli studi professionali) dovrà “allenare” e saper padroneggiare il più rapidamente possibile.
Diversamente le organizzazioni subiranno malfunzionamenti, i progetti di ristrutturazione non decolleranno e le persone saranno insoddisfatte. Disfatta totale.
Dunque… LESS IS MORE va benissimo in determinati ambiti ma non nella comunicazione e nei rapporti interpersonali, in particolare nelle fasi di trasformazione.
Tre punti per concludere con un piccolo riepilogo:
- Digitale è bello, utile, efficace e anche necessario. Ma non basta fare investimenti tecnologici per abbracciarlo e sfruttarlo in pieno.
- Occorre anche cambiare il modo di gestire, non solo il modo di fare. Le persone non sono esseri digitali, non va mai dimenticato.
- È ora di “tornare a scuola”, iniziando dai top manager (HRD in testa) proseguendo man mano fino a toccare tutte le persone che compongono l’organizzazione.


