Culturale, prima che tecnologico, è l’investimento più importante per la digitalizzazione. In particolare per gli studi professionali.
Ne sono sempre stato convinto e il tour in 12 regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana, Marche, Abruzzo, Lazio, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) che ho effettuato nel quarto trimestre del 2017 ha contribuito a rafforzare questo pensiero.
Quando ho parlato di digitalizzazione e di benefici derivanti dalla trasformazione digitale ho sempre trovato consenso e condivisione da parte dei professionisti in platea, oltre un migliaio sommando le tredici tappe.
Quasi unanimemente però mi hanno espresso un timore. Timore che non era relativo agli investimenti materiali da effettuare ma a come il cambiamento sarebbe stato vissuto dai collaboratori di studio e dai dipendenti.
L’investimento in tecnologia ha, infatti, un ROI talmente alto che non può rappresentare né un timore né un ostacolo.
Il vero tema è superare quella che l’Ammiraglio della US NAVY e primogenitrice del COBOL, Grace Murray Hopper, definiva “la frase più pericolosa in assoluto”: abbiamo sempre fatto così!
La resistenza al cambiamento
La conservazione delle abitudini, la paura del cambiamento, la protezione della comfort zone sono il vero limite alla nostra evoluzione. E su questo aspetto dobbiamo lavorare e investire.
Qualche anno fa mi divertii a scandalizzare le platee dei convegni nei quali intervenivo presentando l’equazione: “Professionista = Imprenditore”. Il mio povero babbo, commercialista d’altri tempi mi avrebbe preso a scappellotti. Molti però, quasi sorprendentemente, colsero la provocazione e convennero che, effettivamente, il Dominus avrebbe dovuto iniziare ad avvelarsi di comportamenti e mentalità imprenditoriali. Cosa per altro confermata da un’interessante indagine del Polimi.
Piccoli imprenditori devono crescere, ma prima devono nascere.
Ma oggi occorre un ulteriore passo in avanti. È tempo che ognuno diventi, nel suo piccolo, imprenditore (di sé stesso). Il nuovo mondo digitale non è un pericolo per l’occupazione per chi è preparato o si preparerà in tempo, ma rischia di espellere dal mercato del lavoro chi non sarà capace – o meglio, non avrà la volontà – di adeguarsi.
Il Dominus, così come la funzione HR nelle imprese, ha il compito – e direi il dovere – di indicare, segnare e facilitare il percorso. Preparare le persone ai cambiamenti è il modo migliore per vincerne la naturale ritrosia.
Ed è anche il modo migliore per acquisire il maggior vantaggio competitivo possibile dalla digitalizzazione.
Facilitare la digitalizzazione è questo: accompagnare le persone nel nuovo paradigma organizzativo cogliendone e rassicurandone i timori. Per massimizzare i benefici. Per tutti.



Una risposta a “La digitalizzazione negli studi professionali è una rivoluzione culturale”